Report Approfondimenti

Benvenuti su Marte. Se attingete citate l'autore: Maria Trozzi

Abruzzo. Piano con le cave!

Occorre un Piano cave e il riciclo dei materiali inerti 

Foto Maria Trozzi 31.7.2012

Manifestazione contro riapertura cave

Piano con le cave! Perchè prima occorre un Piano cave, una pianificazione moderna per l’attività estrattiva di cui l’Abruzzo è priva. E’ necessario poi avviare un sistema di riciclo degli inerti, accelerando l’utilizzo di materiali riciclati nell’industria delle costruzioni. Serve  individuare le aree da escludere dall’attività di coltivazione, predisporre monitoraggi e controlli, definire le modalità di escavazione e prevedere l’obbligo di valutazione di impatto ambientale (Via). Ce ne sono di cose da fare per l’attività estrattiva abruzzese, nemmeno a dire che il settore è giovane, perchè attinge da una disciplina vecchia come il cucco  Il Regio decreto 1927. Il fatto è che nessuno vuole metterci mano seriamente. Sarebbe il caso di aumentare i canoni di concessione per equilibrare i guadagni pubblici e privati e tutelare il paesaggio della Regione Verde d’Europa (una volta!). LegAmbiente fa i conti in tasca ai cavatori abruzzesi e per creare lavoro e nuove aziende della green economy suggerisce interventi e pianificazioni per l’attività di coltivazione e i siti. In base ai dati del Rapporto cave 2014, prodotto dall’associazione ambientalista, la gruviera abruzzese conta ben 246 cave attive. Sono 844 le cave dismesse o abbandonate che fanno slittare all’ottavo posto l’Abruzzo, nella lista del primato alla rovescia messo in risalto da LegAmbiente.  Considerato che in Italia sono 6mila le cave attive e 17mila quelle abbandonate, l’Abruzzo mantiene un’ottima media, ma sempre alla rovescia. L’Italia è il maggiore produttore e consumatore di cemento al mondo, 432 chili di consumo pro capite di cemento, per ogni cittadino, a fronte di una media europea di 314. Nonostante la crisi strutturale (definizione che Confindustria Abruzzo dà agli attuali processi economici nell’ indagine del II° semestre 2013 del settore produttivo regionale) il volume d’affari del settore estrattivo abruzzese ammonta a 20 milioni e 69mila euro su un canone annuo, corrisposto, pari a 2 milioni 119mila 326 euro. Cifra irrisoria, quest’ultima, che a malapena arriva ad un decimo del prezzo di vendita del materiale, oltre al fatto che si dimentica spesso e per anni di riscuotere i canoni di concessione per le coltivazioni! A disciplinare ancora il settore è il Regio decreto n. 1443 i cui vetusti obiettivi non rispondono più alle attuali esigenze: ” Inoltre in molte regioni, tra cui l’Abruzzo, si riscontrano rilevanti problemi per un quadro normativo inadeguato, una pianificazione incompleta e un’assenza di controlli sulla gestione delle attività estrattive _ dichiara Giuseppe Di Marco di Legambiente Abruzzo _ il rapporto cave 2014 racconta la storia di una regione che nonostante i tentativi fatti, con buoni propositi, non ancora riesce a dotarsi di una pianificazione moderna e sostenibile come la legge impone. Bisogna puntare sul riciclo degli inerti per creare lavoro e nuove aziende della green economy, ridurre il consumo di suolo e l’impatto sul paesaggio”. La tutela del territorio, l’adeguata tassazione e la spinta al riutilizzo dei rifiuti inerti provenienti dalle demolizioni edili sono i punti di partenza di tutti quei territori in cui si è ridotto il prelievo di materiale e l’impatto delle cave, l’obiettivo è di stimolare le stazioni appaltanti a intraprendere la strada fissata al 2020 dalla Direttiva 2008/98 per raggiungere almeno il 70% di recupero di materiali inerti. mariatrozzi77@gmail.com


Copertone selvaggio. Inchiesta cava di Collelungo Ofena

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 Libro aperto è il soprannome che i nativi danno alla cava di Collelungo, a dir poco azzeccato per l’angolo di paradiso della provincia aquilana che ci regala una fetta d’inferno, nel forno d’Abruzzo, un immondezzaio di copertoni (rifiuti speciali) oggetto di una nuova inchiesta (ottobre 2013). La storia si iscrive in un’area naturalistica di pregio ai confini del Parco nazionale del Gran Sasso e monti della Laga. Scavando nelle viscere, l’essere umano sfida un dio antico e vendicatore che flagella con moderne piaghe quest’epoca votata allo scempio. Sul tratto di strada (ss602) che da Capodacqua (fraz. Capestrano) conduce al territorio del Comune di Ofena, è arduo parare il pugno all’occhio e il colpo allo stomaco quando il panorama piega sul grembo di terra sventrato, 35 ettari(ha) coltivati per 20 anni, e costringe lo sguardo a battere sulle pareti screziate dello scavo ulteriore (4milioni e 500mila metri cubi in appalto nel 2009) al centro di numerose vicende giudiziarie per 3 lunghi anni, oggi quasi tutte archiviate. Ben visibile, la cava della discordia, è ancora un campo di battaglia. In prima linea il Cospa Abruzzo, associazione di allevatori che chiede chiarezza sulle procedure di autorizzazione all’attività estrattiva e di coltivazione della cava di inerti. Una pioggia di ricorsi, notifiche e denunce, alla Procura della Repubblica di L’Aquila, non sono bastati a rasserenare gli animi e con un terzo esposto, il Cospa Abruzzo, insiste a tornare sull’argomento. Così scatta l’ennesima indagine sulla cava di inerti condotta, questa volta, dal Corpo forestale dello Stato. Il resto però è da archiviare perché sarebbe tutto regolare nonostante i sospetti di un’estrazione eccessiva di materiale, nonostante la supposta presenza di rifiuti speciali, ma non pericolosi, a ridosso del sito. La cava, sequestrata nel 2012 dai carabinieri del Noe (Nucleo Operativo Ecologico) per presunte violazioni delle leggi ambientali e traffico illecito di rifiuti all’interno, da circa 6 mesi è dissequestrata e resta chiusa. Sotto le ceneri della vecchia battaglia restano una ventina di licenziamenti e l’indotto, spazzato via come polvere! Del putiferio scatenato nel 2009 non rimangono che le tracce degli autocarri che sembra abbiano scaricato l’ira di dio nella cava. Sul retro della cava abbandonata, versante orientale verso Ofena, le piogge d’autunno sciolgono la terra come burro e così spuntano decine di copertoni, in pessime condizioni, che a vederli da lontano sembrano vasi improvvisati per rovi e sterpaglie. Pneumatici di autotreni, grandi come un cristiano, gomme seminate a due passi dai campi coltivati, ad una manciata di metri dai terreni per il pascolo del bestiame. Mucchi di copertoni, di modeste dimensioni, sbucano a metà della montagnola o riemergono ai piedi dell’altura, l’arsa vegetazione attorno non riesce più a nasconderli. Un silenzio spettrale e connivente non illude! Troppo azzardato provare a chiedere una bonifica dell’area, di questi tempi poi! Si è fatto tardi, il sole stringe sui terreni agricoli appena arati e su quelli consacrati ai pascoli e purtroppo l’ombra della collina seviziata, mangiucchiata e imbottita di copertoni minaccia anche le proprietà dell’assessore all’ambiente del Comune di Ofena. Cento mila tonnellate di pneumatici fuori uso (Pfu) vengono disperse ogni anno in Italia. Sono i dati del dossier Copertone selvaggio a rivelare, nel 2010, le cifre impressionanti relative alla quantità di pneumatici irrecuperabili che spariscono e si perdono in canali poco chiari. Il dossier è stato realizzato da Legambiente, associazione che da circa vent’anni elabora e pubblica il Rapporto Ecomafie, e da Ecopneus, società consortile costituita dai principali produttori degli pneumatici (6), operanti in Italia. Dall’entrata in vigore del Decreto ministeriale 11.4.11 n. 82 (Regolamento Pfu), un sistema nazionale di raccolta degli pneumatici fuori uso garantisce la possibilità di affidarli gratuitamente ad aziende come la Ecopneus. Che peccato che non serva a molto, sono migliaia le discariche illegali in tutta il Bel Paese, tutte insieme superano i 6 milioni di m² e si va da quelle abusive di modeste dimensioni, arrangiate dai piccoli operatori (gommisti, officine, trasportatori, intermediari), a quelle enormi dov’è evidente un’attività organizzata al traffico illecito di rifuti in Italia e all’estero. Rifiuto non pericoloso, ma speciale, lo pneumatico fuori uso (Pfu) è classificato con il Codice Cer 160103 nell’Elenco europeo in cui è specificato che Pfu sono rifiuti NON pericolosi, come risulta dall’allegato d, nella Parte IVᵃ del Dlgs 152/2006 (Codice ambientale), ma è rifiuto speciale, non è reimpiegabile né ricostruibile e lo si avvia a recupero attraverso un Sistema nazionale di raccolta cui partecipano società come l’Ecopneus. E’ un rifiuto da lavorazione artigianale che va considerato rifiuto speciale ( sempre in base all’articolo 184, com.3, lettera d del Dlgs 152/2006). mariatrozzi77@gmail.com

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2 commenti su “Abruzzo. Piano con le cave!

  1. Pingback: Cave. Rapporto 2014 Legambiente | ReportAge

  2. Pingback: Copertone Selvaggio ad Ofena (Aq) | Report

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Questa voce è stata pubblicata il 05/20/2014 da in Reportage, SoS Ambiente.

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